PROLOGO
La scelta di Paride aveva determinato la cacciata di Eros dall’Olimpo; da quel momento il dio alato aveva iniziato a nutrire del risentimento verso gli uomini. Certo, alcune volte si divertiva ancora a scatenare passioni insensate e prorompenti, ma lo faceva di più con il gusto di veder finire male quelle storie che faceva iniziare. Virgilio avrebbe cantato dell’amore disperato di Didone, regina di Cartagine, per Enea; Catullo della sua disperazione per Lesbia.
Ma quell’amore sensuale ed impetuoso che nasceva proprio dall’essenza del piccolo dio alato, piano piano si spense nella memoria degli uomini. Essi iniziarono a cantare la cortesia, ad idealizzare la donna, ad esaltare l’amore casto del cavaliere per una principessa che, probabilmente, non toccherà mai. Passioni folgoranti, come quella di Lancillotto e Ginevra, oppure quella tra Tristano ed Isotta, cantate nella saga di Artù, nascevano raramente. E quando ciò accadeva, la loro fine era tragica.
Tutto questo perché lentamente Eros si stancò; dimenticato dagli uomini insieme agli altri dei, ma forse più di essi, scelse il luogo dove nascondere per sempre la faretra con le frecce e l’unico arco capace di scoccarle. Scelse con cura, ben consapevole che gli uomini prima o poi sarebbero ritornati a sentirne il bisogno. Scelse una piccola città nel nord dell’Italia, borgo dalla forma sensuale donatale dal corso di un fiume. Non la scelse a caso: andò a cercare lo stesso luogo che una delle sue figlie aveva scelto, molti anni prima, come sua casa. Mentre si avvicinava a quei luoghi si commosse al ricordo di quella donna meravigliosa che aveva amato intensamente, anche se solo per una notte: non era concesso di più agli dei.
La creatura nata da quell’e era altrettanto bella e naturalmente affascinante. Anche lei vittima della vendetta di Era, dovette scappare dalla sua patria, Troia, dopo la distruzione della città. Scelse l’ansa di un fiume per fermarsi ed incidere il suo nome nella storia. In un latino storpiato, è un nome che rimanda all’amore: lei si chiamava Verona. La donna fondò una città che nel corso della storia si sarebbe rivelata fondamentale punto di passaggio e di incontro tra le genti italiche e quelle del nord, vista la sua posizione tra la pianura padana e la valle dell’Adige che si insinua tra le Alpi. Verona crebbe durante i secoli e visse alcuni periodi di splendore: fu una delle più importanti città romane d’Italia e diede i natali ad uno dei più grandi cantori d’amore della storia, Gaio Valerio Catullo. Nel ‘300, sotto la guida degli Scaligeri divenne un punto di riferimento politico e militare, allargando la sua influenza ben oltre i confini del Veneto. Fu sempre una città estremamente affascinante, portatrice inconsapevole di un grande segreto, ovvero la presenza di Eros, che si aggirava tra gli uomini comportandosi esattamente come uno di loro. Fino al giorno in cui non prese una grave decisione.
Donò la faretra con dentro le poche magiche frecce rimaste ad una donna, in una notte di luna piena. Poco tempo dopo, consegnò nelle mani di un uomo l’arco. Si presentò loro nella sua forma originale, cosicché non avessero alcun dubbio sulla reale essenza degli oggetti di cui erano destinatari, ma non diede loro alcuna spiegazione del perché di quel gesto.
L’uomo era un Montecchi, la donna era una Capuleti; quelle due nobili famiglie, che Shakespeare renderà famose nel XVI secolo, fino ad allora non si conoscevano nemmeno. Da quel momento in poi però iniziarono a combattersi senza tregua per impossessarsi della parte mancante dell’oggetto magico.
Guerra. Amore. Ciò che dà l’amore diventa pretesto per una guerra. L’amore stesso diventa pretesto per una guerra. Quante volte nella storia? In fondo, sorrideva Eros, era proprio così che tutto era cominciato. Con una scelta fatta per amore. Che aveva scatenato, dopo secoli, un’altra assurda guerra.
Montecchi e Capuleti si fronteggiarono per anni, con l’unico obiettivo di eliminare il rivale per impossessarsi gli uni della faretra, gli altri dell’arco. La storia d’amore tra Romeo, un Montecchi, e Giulietta, una Capuleti, fu un crudele scherzo di Eros, che infranta la regola che si era dato, riprese con sé i suoi strumenti. Colpì al cuore i due giovani quando, per la prima volta, incrociavano i loro sguardi ignari del proprio destino, passeggiando tra piazza delle Erbe e piazza dei Signori.
La loro struggente storia, simbolo della forza dell’amore che supera tutte le barriere, fu raccontata da molti durante i secoli, prima che Shakespeare la rendesse universalmente conosciuta: Luigi da Porto, scrittore del primo Cinquecento, concepì la versione alla quale si sarebbe poi ispirato il poeta inglese. Verona divenne il palcoscenico di un dramma che ha commosso e continua a commuovere intere generazioni che vi si recano anche solo per poter vedere il balcone dal quale Giulietta salutava il suo innamorato, oppure il luogo dove la tragica vicenda ebbe fine con la morte dei due giovani. La grandezza del loro amore fece di Verona l’icona della città dove può nascere un amore forte e grande; la causa di questo fu Eros.
Poi rimise tutto a posto, ma dopo la tragica fine dei due innamorati, le due famiglie sembrarono dimenticare la vocazione alla lotta e, soprattutto, lasciarono nei loro nascondigli segreti ciò che Eros aveva loro affidato. Svanì nei loro ricordi il compito di riunire i due pezzi donati dal dio dell’amore.
Per generazioni i discendenti di Capuleti e Montecchi continuarono a tenere nascosti i loro tesori, non fidandosi totalmente gli uni degli altri. Arco e frecce giacquero dimenticati da qualche parte nella città, apparentemente lontani l’uno dalle altre; ma non per questo persero il loro potere. Eros, nell’ombra, continuava a vigilare su di loro, sperando di poter un giorno rivedere uniti i suoi strumenti, perché questo avrebbe significato che gli uomini avevano meritato il ritorno dell’amore.
Il corso della storia continuò a scorrere placido, rendendo Verona città simbolo degli innamorati di tutto il mondo, destino deciso dalla presenza nascosta di quei magici oggetti. Mille passioni, mille storie, mille uomini e mille donne, a Verona, grazie alla loro influenza, hanno potuto vivere un’esperienza d’amore.
Cara lettrice, caro lettore, è giunto il momento di svelarti la mia identità: io sono l’ultimo discendente della famiglia dei Capuleti, la famiglia di Giulietta, la famiglia a cui fu assegnata la faretra con le magiche frecce di Eros. Fino a pochi mesi fa sopportavo a fatica il pesante fardello di un cognome così impegnativo. Le mie finanze attraversavano un momento difficile e per questo avevo deciso di vendere la casa di famiglia al miglior offerente; ma, soprattutto, non sapevo nulla di tutte le cose che ti ho narrato fino ad ora.
Mentre liberavo la soffitta da vecchie carte e documenti mi è capitato in mano un curioso quaderno che alterna pagine manoscritte con altre tagliate in tre ed apparentemente prive di senso. Mi sono messo a leggerlo e ne sono rimasto sconvolto. Nel libro viene raccontata la storia di cui ti ho fatto partecipe e il narratore usa la prima persona. Subito non sono stato in grado di capire, poi tutto è diventato chiaro: chi avrebbe potuto conoscere tutte quelle vicende, se non Eros stesso?
Il fatto che uno degli oggetti magici sia appartenuto alla mia famiglia mi ha spinto a continuare la lettura; ero molto incuriosito, sebbene piuttosto incredulo di fronte a questa storia fantastica. Non è stato possibile riuscire a capire perfettamente il significato dei testi scritti nelle parti tagliate; ho pensato fosse necessaria una chiave di lettura per collegare le varie parti di quelli che sembravano essere dei racconti sulla città di Verona. Ho deciso quindi di passare al finale, che non è altro che una sorta di preghiera, di testamento del dio dell’amore. Perché un dio è un dio se qualcuno crede in lui; altrimenti muore.
In quelle struggenti righe ti chiede di ritrovare i suoi strumenti e di continuare la sua opera, perché il mondo ha ancora bisogno di lui, ha ancora bisogno dell’amore. Dice che chi riuscirà a leggere tutto il quaderno, arriverà a scoprire dove si trova il magico arco e la freccia, l’unica rimasta, che fa scoccare la scintilla d’amore. Non ho potuto rimanere insensibile a tale appello e ho iniziato a cercare la chiave per leggere il resto del quaderno ma, nonostante i miei sforzi, una grande parte mi rimane ancora oscura.
Eros scrive anche che solo una persona in possesso di un cuore aperto all’amore potrà riuscire nell’impresa. E’ come se ogni pagina, ogni racconto scritto in quel quaderno fosse una prova da superare per conquistare il diritto e la possibilità di raggiungere le magiche armi. Verona diventa così la chiave per arrivare alla soluzione, il teatro dove Eros vuole vedere superate le prove che ha inventato. Forse il mio cuore, fiaccato dalle prove della vita, non è abbastanza pronto, ma non desisto.
Per questo chiedo il tuo aiuto. Ho provato a trascrivere il quaderno, rendendolo una sorta di guida che possa aiutare chi si avventurerà nella città per superare le prove che Eros ci propone: quello che hai in mano è il risultato di un lavoro durato tutti questi mesi. Grazie al tuo aiuto, potrei riuscire a ricomporre i testi e a scoprire dove si trovano l’arco, e l’unica freccia dell’amore rimasta. Sei pronto ad avventurarti con me in questa ricerca?
